Ci voleva fuksas per farmi vedere il maxxi cantiere della Hadid, uhauha!
Complimenti agli strutturisti del progetto: tra i quali compare il Branca’ nazionale - fuuì bum! Ma rimando ad altra sede il conteggio dei nomi dei progettisti coinvolti nell’opera - che rabbia.
Tornando a noi. E’ ormai nota la mia finta simpatia per Massimiliano Fuksas - vuoi per l’orribile musica ipnotica del suo sito vuoi per l’aria da filosofo vuoi pure per la sottile linea rossa che lega le sue idee - ma c’è da ammetterlo - i suoi progetti sono proprio fichi.
E detto tra noi - si vede che c’è tanto lavoro dietro... Ed evitiamo i commenti a riguardo!
L’allestimento è semplice. Sempre di grande effetto la retroilluminazione: un’unica fascia, che corre per tutta la lunghezza dell’ambiente, riporta le foto dei principali progetti dell’architetto, dai più recenti alle origini - tanto che alla fine viene quasi da domandarsi se in realtà la mostra dovesse essere visitata al contrario! (Colpa anche del depliant improbabile - O sono io l’ignorante? - Scusatemi!) Bella l’idea dei quadri appesi in alto orizzontalmente. Un po’ meno bella l’idea della miriade di plastici disposti su un unico ripiano: sebbene abbiano una precisa disposizione, sembrano messi lì più per un generale senso estetico che per una reale necessità didattica. Per non parlare delle didascalie: per capire a quale progetto ciascun plastico si riferisce, conviene più rispolverare nei cassetti della memoria fotografica qualche immagine rubata da riviste e monografie, piuttosto che intraprendere la battaglia navale tra numeretti e disposizione planimetrica dei plastici sullo schema...

Capitolo a parte occupa la saletta multimediale: lezioni di architettura sulla propria architettura raccontata dall’architetto in persona! Insomma: l’ego di Fuksas esaltato all’ennesima potenza - ma non per l’intervista nella quale spiega la genesi di alcuni progetti schizzando su un pannello trasparente con un uniposca rigorosamente rosso, anzi - bensì per le pareti laterali della sala, lucide e riflettenti. Guardare per credere.
Comunque, dopotutto, ha ragione: l’idea nasce così - in un sessantesimo di secondo.
E ti lascia senza fiato, ti riempie di gioia e di aspettative.
Il peggio viene dopo: i mesi i giorni le ore - non i secondi - passati in silenzio - ma con l’uragano nel cervello - da soli davanti a un foglio a cercare inutilmente di tradurre quell’idea in architettura.
Un architetto-star questo non può farlo, perché non è mai solo.
Gli resta molto più facile quantificare il momento in cui l’idea viene concepita.
Ossia Roma dall’alto - la mostra fotografica presente all’acquario romano nonché casa dell’architettura.
Un appassionante viaggio nei cieli della capitale guardando all’ingiù - quasi cento anni di evoluzione e cambiamenti della città eterna - passando dagli sventramenti del ventennio ai quartieri popolari degli anni sessanta - palazzi che c’erano e che non ci sono più - o viceversa - o che sono stati semplicemente spostati …e viene spontaneo ripensare e maledire l’esame di storia dell’architettura quando ti dicevano che Palazzetto Venezia era in asse con Via del Corso…ma come pò esse’?!? Come si può prendere un palazzo sano sano e spostarlo?!? - ecco, finalmente ho visto le prove…era vero!!!
Cmq… bella mostra, divertente e interessante, bello l’arancione e il bianco degli allestimenti, e bello ovviamente l’acquario romano - per capirci, la sala ellittica dove giravano due sul divano.
Unica sòla - la libreria chiude alle cinque e mezza. Doh!!
Molto più divertente e appassionante è stata senz’altro la sezione dei Giardini.
Le partecipazioni nazionali si susseguono - come al solito - tra un padiglione e l’altro.
Un percorso quasi labirintico - tra i tanti alberi che si confondono e s’innestano fra e con gli edifici - tra i famigerati percorsi di luce che in realtà è un singolo box presente all’entrata - tra l’umidità della laguna di metà novembre - tra i liceali in gita scolastica - tra la solita confusione all’uscita del padiglione italiano.
Troppa roba tutta insieme. Come al solito.
E’ questa la sensazione che m’è rimasta dopo due giorni di biennale.
Tante suggestioni - tante nuove idee per me che mi sto laureando in allestimento - tanto stupore nel pensare al numero di architetti che hanno gravitato intorno alla progettazione di ciascun padiglione - e tanto sgomento al pensiero di quel numero ripetuto per le trentatrè nazioni che hanno partecipato - tanta angoscia per la consapevolezza di non essere ancora un architetto - ma di essere sicuramente un quasi architetto destinato ad unirsi alla mischia - e dopotutto anche tanto tanto tanto male ai piedi!!
Gli allestimenti sono stati tutti molto belli - dai più tradizionali come quello della Finlandia dei Paesi Nordici o dell’Australia - ai più coinvolgenti. Primo tra tutti il Giappone: quanti di voi presenti alla biennale siete passati lì davanti e appena vi hanno detto di togliervi le scarpe avete girato i tacchi e siete andati oltre?!? Idem per
Un po’ più concettuali il Belgio l’Ungheria e
Per il resto…interattività è la parola chiave. Allestimenti che coinvolgono il visitatore e lo mettono al centro della scena, che lo invogliano a toccare a provare a modificare a scoprire a curiosare…e ti fai prendere tanto la mano che alla fine vai a toccare pure cose che non dovresti, e ci rimani male se quella luce non si accende al tuo passaggio o quel modello non cambia colore se lo sposti......

Come e quanto l'architettura è influente sulla società? Questo è il grande interrogativo che ci viene posto. Può un intervento di architettura cambiare le sorti di una città in continuo movimento? Può arginare i problemi, dirottare gli andamenti negativi, migliorare la vita dei cittadini?!? Forse si.
Ma è un tema questo talmente complesso e ampio che per trattarlo al meglio una mostra come la biennale dovrebbe diventare annuale... parla una prettamente ignorante in materia.
Il problema è stato sviscerato molto obiettivamente - sono state messe a confronto sedici città del mondo - da Città del Messico a Londra, da Los Angeles al Cairo, da Istanbul a Barcellona - tanto diverse quanto simili tra loro.
Le voci che giravano parlavano di una mostra solo di urbanistica e con pochissimi progetti - talmente poco interessante da non spenderci su neanche un soldo. Sbagliavano. E - ripeto - parla una ignorante in materia.
All’entrata il visitatore viene completamente avvolto dalle immagini - viene catapultato nel vivo dell’argomento e risucchiato dai suoni e dalla voce quasi ansiosa che presenta il tema della mostra.
Dopo ciò seguono grandi numeri e molte immagini per la presentazione delle città scelte - molta suggestione - ma in definitiva lo schema espositivo risulta piuttosto schematico - interessante per le prime sezioni ma ripetitivo per il resto - foto grandi e piccole molti grafici e tanti numeri - neanche la biennale ha saputo resistere al fascino di google earth tanto da far diventare ogni città identica all’altra, se non per i più acuti osservatori - poi cupole emisferiche per ascoltare i suoni relativi ai video - qualche suggestione - tante proiezioni - un po’ di colore qua e là.
E’ vero - i progetti erano pochi rispetto alle passate edizioni. Ma solo in apparenza. La loro presenza consisteva in centinaia di LCD e proiettori che ininterrottamente mandavano immagini di progetti e suggestioni delle varie città in esame, oltre ai trafiletti esplicativi in ogni sezione.
C’è da dire che - per quanto innovativo possa essere questo sistema - a noi architetti piacciono molto di più la carta la plastica o la balsa - con i colori vivaci degli schizzi e la polvere sui modellini in scala - il fascino delle teche di vetro che proteggono i lavori più importanti e la rabbia per i riflessi delle luci nelle foto…
Non siamo più abituati a leggere - né siamo ancora in grado di accontentarci di un’immagine che passa veloce davanti ai nostri occhi e dover aspettare che si riavvolga il nastro per guardarla nuovamente. Passi il video dei modelli virtuali - ma i disegni quelli no..
A noi piace osservare contemplare cogliere i particolari nei disegni immaginare la terza dimensione leggendo - sì - una pianta e una sezione in parallelo - a noi piacciono le didascalie brevi e concise - ci piace essere sommersi almeno una volta ogni due anni da tanti di quei progetti disegni e plastichetti che alla fine ti resta solo tanta confusione ma con la voglia tornando a casa di metterti giù con matita in mano a disegnare e ad elaborare nuove idee…
Ma è difficile avere tutto ciò se si sta parlando di città. E l’architettura è davvero un fattore imprescindibile dall’urbanistica…ma a noi architetti non piace ascoltare neanche questo!
Parlo al plurale - ma ovviamente sono solo impressioni personali. Chissà se c’è qualcuno che la pensa come me!
Per il resto…rimando al prossimo post... e alle foto nel mediablog!!